
Marah, Maxwell's, Hoboken, NJ, March 10th, 2006
“Yesterday I took a chance and wore my dancin’ shoes, everybody said man it’s not like him”
Se mi conoscete sapete che non sono un tipo alla moda. Da sempre. Passo invece piuttosto inosservato. Nessun abito firmato, nessuna ambizione ad apparire anzi, a volte, scelgo volentieri di essere invisibile. Ironia della sorte, la bellissima sera di fine inverno nella quale con tanti fedeli e nuovi afecionados mi sono recato nella hometown di Mr.Frank Sinatra per assistere all’ennesimo concerto dei Marah, ho indossato quanto di piu’ appariscente mi sia mai capitato di calzare: delle scarpette rosse Puma/Ferrari con il classico logo in bianco e la linea all’ultimo grido (che io sappia). Come ne sono entrato in possesso, non lo chiedete.
Ironia della sorte, ho sentito una certa comunione con il primo verso di “Limb”che ha incredibilmente aperto un concerto che, piu’ di altri, e’ stata dimostrazione di vero sudore e rock and roll. Al primo hanno pensato la gia’ citata “calda” giornata di fine inverno e il sistema di condizionamento rotto; al secondo come al solito la band che, se ancora non avete visto, vi lascera’ tramortiti e increduli a chiedervi a cosa esattamente avete assistito. E i 40 gradi, non esagero, della piccola saletta hanno messo alla prova band e pubblico in un comune sforzo a dare ancora di piu’. E entrambi sono usciti vittoriosi. Le condizioni al limite della sopportazione (ad un certo punto dal palco volavano, pericolosamente, bottigliette d’acqua, almeno 3 casse) hanno accorciato il concerto di un paio di brani, ma sinceramente poco conta. I Marah sono al top della forma, una band rodata, e mai come ora hanno forse una ultima chance se non per il successo, almeno per un piu’ vasto riconoscimento. In questi giorni il gruppo e’ al celeberrimo festival di Austin, TX, dove esponenti del music business corteggiano le “nuove” promesse della musica, sognando il big contract. Ma per il momento sono ancora “nostri”, sono lo Springsteen di Darkness che vive per la propria musica, la poesia di storie metropolitane, di Philadelphia o New York, le chitarre di Keith Richards, il ritmo dei Replacements e una onesta’ e dedizione che ha pochi eguali. “Demon of white sadness”, che ha seguito “Limb” nel concerto, e’ il tentativo piu’ riuscito della band al successo commerciale senza scendere a compromessi. Sugli accordi iniziali si puo’ canticchiare “Sweet Child O’Mine” ma poi la canzone prosegue impietosa, nel testo e nella musica. Le chitarre dei fratelli Dave e Serge Bielanko graffiano dal vivo, ma e’ di quella di Adam, che si occupa di tutti i riff e assoli, integratissimo nella band, che i Marah hanno veramente bisogno. Uniteci un impressionante batterista come il giovane Dave Peterson, che non fa rimpiangere il ben piu’ lodato Jon Wurster, e il preciso, anche se non stilistico, basso del simpatico e polistrumentista Kirk “the barber” Henderson e non potrete chiedere molto di piu’. Ben 10 canzoni sulle 12 contenute sull’ultimo, riuscitissimo, “If you didn’t laugh, you’d cry” sono state eseguite ma non hanno tolto spazio alle sorprese. Come nel caso di “Spin it”, un inedito del gruppo, “Eventually Rock” e “Limb”, raramente eseguite, dal primo disco, la cover di “In the city” dei Jams, e, su tutte, dopo Eddie Vedder e Bruce Springsteen (per gentile dono del cantante dei Pearl Jam), il debutto dello ukelele per Dave su una versione riarrangiata di “Poor People”. Non potevano mancare “Round Eye Blues”, una ambiziosa ma bellissima canzone sulla guerra del Vietnam, e la fan favourite “Tyrone”, tratta dallo stesso imperdibile album “Kids in Philly” (che con piu’ di 27,000 copie vendute e’ tuttora, e di gran lunga, il disco piu’ venduto del gruppo negli States),in un concerto a volte tiratissimo come pochi ai quali ho potuto assistere. E quando tutto con “The Hustle” sembrava finito, dopo che le luci si erano accese, dopo che sul palco gia’ si staccavano le prese, quando solamente una ventina di persone ancora si aggiravano per la sala, stanche, sudate e felici, ecco nuovamente i Marah riapparire sul palco. Accompagnati da Christine Smith, tasteriesta di Jesse Malin che si unisce volentieri al gruppo in varie occasioni, si sono lanciati in una improbabile versione di “Where the streets have no name”. Esatto, proprio quella degli U2. E non e’ stata certamente l’esecuzione a renderla epica. Ma lo spirito di una band che, non sazia, ha voluto dare ancora qualcosa di piu’.
In passato, guardando il gruppo suonare nel soggiorno di case private cosi come sul palco di sale da concerto, mi e’ capitato di cadere in trance e avere ‘flashback’ di momenti che non ho mai vissuto. Li guardavo suonare o parlare e vedevo lo Springsteen degli anni ’70. Dentro di me sentivo, come mai e’ successo per nessun altro o mi sarei immaginato, ‘ecco, questo e’ quello che deve essere stato...’. Esserci in quel momento vi assicuro e’ stata una sensazione impagabile. Tutti i fan di Bruce capiranno il riferimento, gli altri possono leggere qui
I Marah saranno in Italia per ben 5 date tra la fine di Aprile e i primi di Maggio, molte delle quali strategicamente posizionate. Non fate altri progetti per il ponte della festa del lavoro. Prendete parenti, amici, mogli e fidanzate e portateli a vedere i Marah. Vi assicuro che ne sarete impressionati e alle giuste condizioni diventerete fan per la vita. Ovviamente ci si vede !!
Live in Italy:
29 Aprile - Reggio Emilia, - Circolo Arci/Tunnel
30 Aprile - Trento - Teatro
1 Maggio - Ferrara - Teatro
2 Maggio - Montale (MO) - Cerveceria El-Mambi
3 Maggio - Pavia - Blue Stage
2 comments:
Stupenda recensione!
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